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Cannella, zafferano e pepe lungo: il tesoro speziato che l'Italia medievale aveva e ha quasi perso

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Cannella, zafferano e pepe lungo: il tesoro speziato che l'Italia medievale aveva e ha quasi perso

Photo: medieval Italian spices market Venice historical culinary herbs, via c8.alamy.com

C'è un momento, sfogliando un ricettario medievale italiano, in cui ti rendi conto che la cucina che conosci oggi — quella dei pomodori, della semplicità, dell'olio e del basilico — è relativamente recente. Prima del Cinquecento, la tavola italiana era un posto molto più esotico, profumato, quasi orientale. Le spezie non erano un lusso secondario: erano il cuore del piatto, il segno di raffinatezza, il simbolo di un commercio che attraversava mezzo mondo.

Riportare queste storie in cucina non significa fare archeologia gastronomica. Significa capire da dove veniamo, e forse riscoprire qualcosa che vale ancora la pena usare.

La via delle spezie passava per l'Italia

Venezia, Genova, Amalfi. Non è un caso che le grandi repubbliche marinare italiane fossero anche i principali centri di smistamento delle spezie in Europa. Dal XII al XVI secolo, il commercio di pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e zafferano era uno degli affari più redditizi del mondo conosciuto. Le spezie arrivavano dall'Asia — India, Sri Lanka, Molucche — attraverso le rotte arabe, e da lì venivano redistribuite in tutta Europa.

L'Italia, geograficamente e commercialmente al centro di questi flussi, ne assorbì l'influenza in modo profondo. I cuochi delle corti rinascimentali usavano le spezie con una disinvoltura che oggi ci sembrerebbe quasi folle: carni arrosto insaporite con cannella e zenzero, zuppe di pesce profumate di cubebe (un parente del pepe, oggi quasi introvabile), dolci al miele con cardamomo e garofano.

Il Liber de Coquina, uno dei più antichi ricettari italiani risalente al XIV secolo, è pieno di queste combinazioni. Leggendolo, sembra quasi di sentire i profumi di un mercato di Costantinopoli.

Le spezie che hanno quasi smesso di esistere

Alcune spezie medievali sono sopravvissute nella cucina italiana, anche se spesso relegate a ruoli marginali. Lo zafferano è forse l'esempio più nobile: coltivato in Abruzzo (a L'Aquila, in particolare) e in Sardegna sin dal Medioevo, è rimasto protagonista in piatti come il risotto alla milanese. Ma nell'uso quotidiano, anche lo zafferano è diventato raro.

Altri ingredienti sono praticamente scomparsi:

Perché sono sparite? Le ragioni sono molteplici. L'arrivo del Nuovo Mondo (pomodoro, peperoncino, patate) ha rivoluzionato i sapori europei. Il costo delle spezie orientali è rimasto alto per secoli. E poi c'è stato un progressivo cambio di gusto: la cucina moderna italiana ha scelto la semplicità, l'esaltazione della materia prima, e ha abbandonato la complessità speziata del passato.

Una ricetta dimenticata: il brodetto giallo medievale

Nei ricettari del Trecento toscano si trova spesso una preparazione chiamata brodetto giallo o brodo saracenico: un brodo di carne insaporito con zafferano, cannella, zenzero fresco, aceto di vino e mandorle tritate. Era servito sulle carni bollite nelle grandi tavolate nobiliari.

Provarla oggi è un'esperienza straniante e affascinante al tempo stesso. La combinazione di acido, dolce e speziato ricorda qualcosa di mediorientale, eppure ha radici profondamente italiane. È un piatto che racconta una storia che la maggior parte di noi ha dimenticato.

Riproporlo non richiede ingredienti impossibili: zafferano abruzzese (facilmente reperibile), un pezzetto di cannella vera (non la cassia in polvere), zenzero fresco. La difficoltà vera è culturale: accettare che la cucina italiana non è sempre stata quella che conosciamo oggi.

Come reintrodurre queste spezie nella cucina di tutti i giorni

Non si tratta di trasformare la propria cucina in un laboratorio di storia medievale. Si tratta di aggiungere, con consapevolezza, qualche sfumatura dimenticata.

Lo zafferano va usato in modo più audace: non solo nel risotto, ma in una pasta con burro e noci, in una zuppa di legumi, in una marinata per il pollo. Il segreto è farlo sciogliere in poca acqua tiepida prima di aggiungerlo, per estrarne tutto il colore e il profumo.

La cannella in un ragù di carne — specialmente di maiale o di selvaggina — è una pratica ancora viva in alcune zone della Sicilia e della Calabria, dove l'influenza araba è rimasta più a lungo. Provate ad aggiungerne un piccolo bastoncino al vostro ragù domenicale: il risultato è sorprendente.

Il pepe lungo, se riuscite a trovarlo, è straordinario su una bistecca, ma anche su formaggi stagionati o in una crema di zucca.

Lo zenzero fresco, che non è mai stato del tutto dimenticato nella cucina italiana del Sud, funziona benissimo in un sugo di pesce, in una marinata per verdure grigliate, o anche semplicemente in una tisana con limone e miele.

Il sapore dell'Italia che non sapevamo di avere

C'è qualcosa di commovente nel rendersi conto che la cucina italiana ha attraversato secoli di contaminazioni, scambi, influenze. Che i cuochi veneziani del Quattrocento usavano spezie che arrivavano dalla Malesia. Che le cucine delle corti rinascimentali profumavano di Oriente.

Questa non è una storia che contraddice l'autenticità della cucina italiana: al contrario, la arricchisce. L'autenticità non è mai stata immobilità. È stata, da sempre, la capacità di assorbire, trasformare, fare proprio.

Riportare qualche spezia dimenticata in cucina non significa tradire la tradizione. Significa onorarla nella sua forma più vera: curiosa, aperta, viva.

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